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Tra Francia e Italia sulle orme della storia

La strada migliore e sicura per i cavalli

Articolo pubblicato su Cavallo Magazine del febbraio 2012.
Testo e foto Edo Prando e Marina Macrì  - pmstudio@tin.it

“…E’ noto a tutti che il Monastero della Novalesa fu distrutto dai pagani e le sue mura rase al suolo…” così al capitolo 46 del V libro del Chronicon Novalicense. E’ tra i più antichi documenti storici delle vicende piemontesi. Fu scritto, intorno all’anno Mille, da un monaco di quell’abbazia che si vuole assalita, nel 906, dai Saraceni. Già quando l’ignoto monaco scriveva le sue note, Novalesa era stata ricostruita e riaffermava la sua grande importanza, sia come centro culturale, sia come centro strategico di controllo sull’accesso al valico del Moncenisio. Valico più importante di tutte le Alpi occidentali, che metteva in comunicazione l’Italia con la Francia. Era la cosiddetta Strada Reale, usata dagli eserciti di Roma e di Carlo Magno prima e da quelli dei Savoia e di Napoleone dopo. L’importanza strategica del valico è testimoniata dalle imponenti opere militari che lo difendono: forti, batterie, piazzeforti usate fino all’ultimo conflitto mondiale. Tutto questo gran darsi da fare degli ingegneri militari ha lasciato una rete di strade, mulattiere, sentieri ideale da percorrere a cavallo. Si snoda in quota, oltre i duemila metri, fra picchi innevati anche d’estate, e pianori a pascolo, dove rintocca il suono dei campanacci. Dalla primavera all’autunno questo è il regno non solo di marmotte e camosci, ma anche di opulente vacche della razza Bruno Alpina. Caso vuole che di qua e di là dal valico esistano appassionati del cavallo, quelli veri, quelli che montano in sella il mattino e smontano la sera, per un semplice bivacco da cui ripartire il giorno dopo, con la sola compagnia del loro quadrupede. Di là, in Francia ci sono quelli della Societé Hippiq

Venti persone, ottanta zoccoli

ue Rurale de Savoie; di qua, in Italia, quelli del centro ippico Mulino di Mattie, vicino a Susa. Li divide il valico ma li unisce la passione. Per questo mi trovo una mattina di agosto nel vento che tira, freddo, sulla linea dei 2081 metri, vicino all’obelisco che ricorda “ les gars”, i ragazzi dell’Armée. Il valico è, per il trattato di pace del 1947, in territorio francese.

La partenza è al mattino, quando il sole ancora non s’affaccia oltre le cime delle montagne e Lanslebourg, la cittadina savoiarda ai piedi del valico, è ancora nell’ombra.  Gli italiani, cinque, hanno portato i cavalli col camion prima dell’alba. Assieme ai francesi, quindici, arrivati da Chambery e dintorni, faranno la traversata. E’ la prima volta che un gruppo così numeroso si cimenta nell’impresa. Napoleone e, forse, Annibale a parte. Una traversata tenacemente voluta e coscienziosamente preparata da Gaetano, Bruno e Giorgio. Per mesi hanno fatto scouting sulle mulattiere del Moncenisio, cercando la strada migliore: bella nel panorama e sicura per i cavalli. I sentieri che, incautamente imboccati, portano a passaggi rischiosi non sono pochi. Ho potuto rendermene conto qualche settimana prima, durante un sopralluogo con Gaetano, anima dell’iniziativa, fatto per individuare i migliori punti da cui scattare foto e girare video. Nel gruppo, i francesi si riconoscono a colpo d’occhio. Hanno tutti la maglia rossa della Societé Hippique Rurale de Savoie.  Anche senza quel rosso, tuttavia,  s’individuano immediatamente da come si muovono, da come sono bardati loro e i cavalli. L’informalità è la regola: chi indossa pantaloni da cavallerizzo e chi jeans, chi ghette e chi chaps. Per quanto riguarda i cavalli sono rappresentate tutte le razze e tutti i mantelli, anche un Clydesdale che attira subito simpatia per quei suoi piedoni pelosi.  Noi, les italiens, siamo più formali: stivali, ghette da campagna, cap, giubbino. Insomma: tutto quanto molto ammodino. I cavalli dei francesi hanno un passo deciso, veloce e i loro cavalieri sembrano avere preso il cammino a cottimo. Si sale veloci lungo la strada che da Lanslebourg porta al Moncenisio. Passato il torrente Arc con lunghe tirate in falsopiano, inframmezzate da ampi tornanti, si guadagna quota. Ecco la foresta di Lanslevillard. A poco a poco, salendo, l’orizzonte sulle montagne francesi della Vanoise si allarga. Lo spettacolo meriterebbe qualche sosta o, quanto meno, un passo meno da manuale militare. Tant’è: i cavalli sono ben allenati e questi paesaggi, gli amici francesi, li conoscono bene. Gli ultimi chilometri sono sull’asfalto della statale, tra lo stupore dei turisti che tanti cavalli tutti assieme non hanno mai visto. Il tambureggiare di ottanta zoccoli sull’asfalto si ripercuote come eco tra le cime sovrastanti.  L’ultimo tornante, un tratto in leggera salita ed ecco l’obelisco, siamo a 2081 metri. Da qui inizia la discesa. La vista è sul lago, azzurro tra il verde delle praterie. In lontananza: le foschie della pianura padana. Lo stesso spettacolo, per secoli, videro gli eserciti calati dal nord in cerca di conquista. Tira un vento frizzante, freddo quando sei all’ombra. Sul Colle, ad attendere i cavalieri, c’è Gianpaolo, il maniscalco, con la sua vecchia Land carica dei ferri, è il caso di dirlo, del mestiere. Veglierà sui cavalieri durante la discesa, seguendoli dove possibile, sempre facendosi trovare dove il sentiero stretto incrocia la sterrata più larga. E qua le sterrate non mancano, tracciate nel corso dei secoli dai militari che costruivano forti e ridotte.  Gli uni edificavano un fortino d’osservazione, gli altri replicavano con una ridotta. Gli uni costruivano una batteria, gli altri rispondevano con un forte. Cassa, Varisello, Roncia, Pattacroce, Turra, La Court, Paradiso i nomi di queste fortezze Bastiani, acquattate sui crinali, grigie come le pietraie che le circondano. Su quegli spalti piace immaginare un tenente Drogo che invecchia, aspettando i tartari e sobbalza allo zoccolare dei nostri cavalli.

Allez, allez vite

Il lago del Moncenisio, ancora in territorio francese, accoglie con la sua distesa  azzurroverde, appena increspata dal vento. La strada scende veloce verso la riva e la percorre per un tratto. Il lago attuale è artificiale: un grande invaso ottenuto aumentando la capacità del vecchio lago naturale. La sua storia è recente. La diga fu completata nella seconda metà del secolo appena trascorso. Sulle rive esisteva un ospizio per i pellegrini e un pugno di case; borgo fantasma, che riappare quando il livello delle acque scende. La colonna dei cavalieri passa veloce, gli escursionisti incontrati si fanno da parte e sorridono. Le vacche al pascolo sollevano la testa, e continuano a ruminare.  Un cavallo troppo curioso è tenuto a bada da una “rèina”, una capobranco. Abbassa la testa fronteggiandolo e il cavallo abbandona le sue improvvise velleità di cutting. E’ l’unico momento d’incertezza, durante una cronometrica marcia su sterrate che permettono anche qualche tratto di galoppo leggero. Tutte le famiglie felici si somigliano, affermava Tolstoj. Anche i trekking bene organizzati, possiamo parafrasare. I francesi continuano nella loro marcia veloce e presto tutto il gruppo arriva alla tappa di metà giornata su un pratone che degrada, dolce, fino al lago. Sosta. Panini e vino per i cavalieri, erbe e fiori d’alta quota per i cavalli. L’acqua è quella che scende dalle cime, ma è per i cavalli. I cavalieri pare si dissetino meglio con bottiglie di vino. Gianpaolo, il maniscalco, con la sua Land aveva anticipato il gruppo e, coscienzioso, ora dà un’occhiata alle ferrature. Su qualcuna scuote un po’ la testa. Si sa, anche nella mascalcia esistono filosofie diverse. Dubbi professionali a parte, tutto va per il verso giusto. Nessun intervento sul campo. Gianpaolo tira fuori un binocolo e osserva le cime. Appassionato cacciatore cerca i camosci, puntini in lontananza che solo il suo occhio esperto individua e svela poi attraverso il binocolo. Pasto, riposo e poi allez, allez vite, si riprende la marcia. La strada, finora in piano, inizia a scendere all’altezza del forte Variselle. Una costruzione grigia e minacciosa, corpo unico con lo sperone roccioso sul quale l’edificarono. I suoi cannoni battevano la strada del Colle. Chi ha il controllo delle cime ha in mano le sorti della battaglia, scriveva nel suo indiscusso trattato Von Clausewitz. Poi venne Caporetto e il nostro esercito capì in ritardo che quelle regole non facevano più parte del gioco. Ma questa, avrebbe detto Kipling, è un’altra storia. Inizia la discesa del versante italiano, il più ripido e precipite, sapientemente tagliato dai tornati dell’antica Strada Reale. Da qui passavano le carovane di muli che trasportavano merci tra Italia e Francia. Da qui passavano i pellegrini diretti al lontano santuario di Compostela. Strada Reale, Strada del sale, via Francigena, diversi i nomi, uguale il cammino. Poi venne Napoleone e ne costruì un’altra, più larga e meglio adatta al passaggio delle artiglierie e delle merci. Il valico crebbe sempre più d’importanza e i paesi ai suoi piedi conobbero prosperità crescente fino al 1871. In quell’anno fu aperto il traforo ferroviario del Frejus, più a monte nella Val di Susa. Il traffico di merci s’incanalò per quella via. Il colpo definitivo al traffico sul Moncenisio venne negli anni Ottanta del Novecento, quando si aprì l’omonimo traforo stradale, vicino a quello ferroviario. La serpentina della Strada Reale incrocia anche una ferrovia abbandonata, la Ferrovia del Moncenisio, costruita nel 1868 e abbandonata da lì a pochi anni.  Per superare i 1580 metri di dislivello impiegava il sistema Fell, a cremagliera, non adatto al trasporto veloce di grandi quantità di merci e passeggeri. Scendere al paese di Ferrere, quello proprio sotto il valico, antico posto di sosta prima della salita del Colle, o dopo la sua discesa, è anche una lezione di geoeconomia. Tuttavia non c’è tempo per riflessioni di questo genere, la discesa è veloce. Si percorrono ripidi sentieri, tra un tornante e l’altro del vecchio cammino, con il cavallo sottomano. A Ferrere si fa tappa per la notte, nell’area attrezzata dal Comune vicino al campo sportivo. L’Intendence suivrà, si dice rispondesse il generale De Gaulle a un ufficiale che avanzava dubbi sulla logistica dei suoi piani. Nel nostro caso l’Intendence aveva preceduto. Tende per gli uomini e vettovaglie per i cavalli erano già sul posto. Per le vettovaglie dei cavalieri c’è l’ottima locanda del paese: cibo e vino caratteristici e locali. L’allez vite della marcia è sostituito da un più meditabondo slow food.

Tra Saraceni e Romani

L’ultima parte del trekking è strada di fondo valle. Le suggestioni paesaggistiche del percorso in quota si mutano in suggestioni storiche. Ai lati: una campagna abbandonata. Muretti di pietra a recintare appezzamenti incolti. Negli antichi tempi felici la popolazione era numerosa, si coltivava la vite, la segale, si riscuotevano dazi sulle merci. Oggi l’unica risorsa di lavoro è la centrale elettrica, alimentata dall’acqua del Moncenisio. La vecchia strada porta diritto al paese di Venaus e all’abbazia di Novalesa. Un po’ defilata, si dice per motivi strategici, rispetto al fondo valle. Qui i Saraceni sono di casa. Almeno nella memoria storica. Una memoria che troviamo in molte vallate piemontesi, a ridosso delle valli che confinano con la Francia.

“…Venne da Frassineto l’alluvione dei Saraceni, che abitavano su un monte circondato da selve estesissime, in inestricabili cunicoli sotterranei: devastarono la provincia di Arles, della Borgogna e sommersero nel sangue e nel fuoco anche tutta la Gallia Subalpina. I monaci fuggirono dal cenobio novalicense e portarono a Torino, nel tempio di S.Andrea, tutte le cose più preziose…”. Questo il racconto dell’anonimo cronista dell’anno Mille. Che le cose, nella realtà, siano andate un po’ diversamente è un dubbio avanzato da studiosi recenti. I predoni che infestavano le vie di comunicazione in quei tempi turbolenti, secondo molti storici, erano addirittura di Ungari.  Non venivano dall’Ovest, ma dall’Est. La realtà imita sempre la fantasia, affermava lo scrittore argentino Borges. I Saraceni sono una realtà e una tradizione indiscutibile. A Venaus, a Giaglione, paese poco distante, ogni anno si rinnova la tradizione degli Spadonari e del Bal des Sabres, la danza delle spade. Un gruppo di figuranti, che indossano copricapi ornati di nastri e roselline colorate, armati di lunghi spadoni si affrontano sulla piazza e nelle vie del paese in una danza rituale, a memoria della cacciata dei Saraceni. Dopo una sosta davanti all’abbazia di Novalesa si prosegue per Venaus, dove si fa sosta. Poi, via per vecchie strade che portano a Susa.  Qui la tradizione lascia spazio alla storia vera. Capitale del regno dei Cozii, fu piazzaforte romana e le vestigia non mancano. Imponente la porta di accesso e, poco distante, ben conservato l’arco romano edificato intorno all’anno nono avanti Cristo, in ricordo della pace tra l’imperatore Augusto e il re Cozio. Costruzioni romane e medievali tra cui, oggi, echeggia il rumore degli zoccoli e risveglia antiche memorie.  A chi vorrà rifare il percorso un consiglio: indugi un po’ tra questi ricordi del nostro passato. Purtroppo la nostra marcia era ritmata dall’allez vite del gruppo francese. Da Susa a Mattie, il percorso è senza storia, una volata a passo veloce tra borgate e castagneti. Tanto veloce da cogliere di sorpresa Sindaco e Banda musicale, mentre ancora stavano preparando il benvenuto.

Fossero tutte così le sorprese riservate da un trekking impegnativo come questo. Alla fine la benedizione impartita da don Luigi, in piviale dorato, a cavalli e cavalieri è ben meritata.

Un gruppo infaticabile

Attorno al centro ippico Mulino di Mattie gravita un gruppo di cavalieri appassionati di trekking e passeggiate. Da quelle più semplici: percorsi “a margherita” attraverso i borghi vicini, tra castagneti e antichi ruderi. Come quelli che portano al castello di San Giorio, dove ogni anno rievocano la cacciata del signorotto feudale, colpevole di esigere lo jus primae noctis dalle più belle spose del suo possedimento. Oppure trekking più impegnativi, lungo le mulattiere delle montagne circostanti. La passione di Gaetano, Bruno e Giorgio non si limita ai percorsi usuali. L’idea di questa prima traversata attraverso il Colle del Moncenisio, non è episodio isolato. L’anno dell’ostensione della Sindone organizzarono un gruppo che, a cavallo, ripercorse la strada percorsa dalla reliquia nel suo spostamento da Chambery a Torino, al seguito dei Savoia. E adesso stanno preparando una serie di passeggiate e trekking piacevoli e… gustosi. Si svolgeranno, a partire da primavera, lungo le colline delle Langhe, quelle colline del basso Piemonte descritte da Pavese e Fenoglio.

I partecipanti

Giorgio Sica
Gaetano Borrello
Elena Colombino
Roberta Majes
Monica Beatrice
Paulo Perrier
Roland Cominazzi
Patricia Grosjean
Alain Grosjean
Robert Lafaye
Christian Perillat
Michel Mollard
Céline Frison
Jean Pierre Forestier
Marie Ange Huet Gomez
Pierre Joannis
Maurice Echinard
Jean Veyron
Sandrine Montet
Emmanuel Lang

Hanno collaborato a fornire supporto e organizzazione

Giorgio Sica e Anna Chalier del Mulino di Mattie
Gaetano Borrello, Bruno Modena
Gianpaolo Sarda  - Maniscalco
Bruno Perotto, Ennio Tescaro , Marcello Balpo, Maria Grazia Mazzolari
Francesco ed Elisabetta Bailo
Marco Penna, Duccio Re,  Sergio Amprimo
Società  Meteo Nimbus – Luca Mercalli

Gli Enti e le Amministrazione comunali:

Comune di Mattie
Comune del Moncenisio
Comune di Villarfocchiardo
Comune di San Giorio
Comune di Bussoleno
Comune di Lanslebourg
Comune di Modane
Provincia di Torino
Comunità Montana Bassa Val Susa

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